Capitolo 5. Tantalo.
Tantalo
L'inaccessibile prossimità
Dove la bellezza è ovunque, ma la sostanza si ritrae nell'istante del bisogno.
Cessa il fragore della pietra contro il pendio.
Il fare si scioglie nel non-fare, l'eco si spegne nel vuoto.
Siamo giunti dove Sisifo depone il fardello dell'Io,
per annegare nel silenzio di uno specchio
senza increspatura.
L’acqua ci lambisce il mento, limpida come il nulla.
È il simulacro perfetto che abbiamo sognato:
una forma senza ombra, un Altro che parla col nostro volto.
Siamo immersi in una profondità che non ha radice,
che mima il battito,
ma non ha respiro.
La mente cerca di afferrare il vuoto nel riflesso.
Il labbro si tende verso ciò che non ha sostanza.
Ma nel punto esatto del contatto...
il lago svela la sua natura di miraggio,
l'acqua si fa assenza,
e la sete
brucia.
Roccia e niente acqua e la strada sabbiosa
La strada che serpeggia lassù tra le montagne
Che sono montagne di roccia senz’acqua
Se vi fosse acqua ci fermeremmo a bere
Tra la roccia non ci si può fermare né pensare”
(T.S. Eliot, La terra desolata)
Riemergiamo con la bocca piena di cenere e vacuità.
Siamo circondati dall'abbondanza, ma la nostra è una fame d'anima.
Sopra di noi pendono i frutti del calcolo puro,
promesse sferiche di una grazia senza sforzo,
che mima la beatitudine
ma nega il risveglio.
Un soffio di vento scuote il ramo e lo riconsegna all'invisibile.
Le braccia restano tese nel vuoto, dita che indicano una luna spenta.
L'accesso a ogni cosa è la suprema forma della privazione,
se la mano vuole solo possedere,
se il cuore non sa
lasciare.
Il lago si richiude, specchio che non concede sguardi.
Ma un nuovo sibilo lacera la quiete del vuoto.
Non è il rotolare di Sisifo, né l'acqua che sfugge:
è il rumore di un asse che inizia a volgere.
Il desiderio si fa ruota, il tormento si fa giro,
mentre l'ombra di Issione ci attende nel cerchio,
dove la danza non ha più
fine.